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I nostri subacquei raccontano...

Reportage dal Sud Africa

(di Laura Gradia - IL SUBACQUEO settembre 2014)

Il rientro da un viaggio lascia sempre un segno indelebile dentro di noi e possiamo dire che la nostra ultima avventura non è stata per nulla da meno. Lo scorso giugno siamo partiti alla volta del Sudafrica per uno dei più importanti e maestosi appuntamenti che la natura offre ogni anno all’uomo: il “Sardine Run”, la corsa delle sardine dalla costa meridionale della nazione fino al confine con il Mozambico.

Prima di scoprire cosa si cela sotto la superficie del mare, spendiamo due parole sul Sudafrica per osservare più da vicino questa sorprendente realtà. Le guide turistiche del Sudafrica tendono ad introdurre questo Paese come selvaggio e poco sicuro anche per i turisti più temerari. La vita di questo Paese potrebbe essere raccontata dalle mille voci dei viaggiatori che annualmente lo visitano, ma resta il fatto che, “bianchi” o “neri” che siano, i pochi sudafricani a contatto con i turisti sono persone solari, disponibili ed ospitali. Purtroppo, la maggior parte della popolazione non è così fortunata giacché vive in condizioni estreme e spesso di povertà. La situazione provoca, quindi, non pochi problemi legati alla criminalità, spesso violenta. Questo, tuttavia, non deve farci desistere dal visitare il Sudafrica. Le differenti etnie, i paesaggi mozzafiato e la natura selvaggia attirano, ogni anno, turisti da tutto il mondo. Viaggiare attraverso questo stato è come vivere un documentario girato con i nostri occhi e registrato dal nostro cuore perché, chiunque vede per la prima volta questa terra, difficilmente resisterà dal tornarci una seconda volta.

Sud Africa, un viaggio indimenticabile.

L’organizzazione di questo viaggio è stata davvero semplice avendo contatti diretti con nostri amici sudafricani, i quali hanno programmato in maniera perfetta tutto, assecondando tutte le nostre richieste sia prima della partenza che durante la spedizione. Siamo partiti da Roma il 26 giugno e dopo tredici ore di volo intervallate da uno scalo di cinque ore a Dubai, la nostra avventura ha avuto inizio alle 18:00 del giorno seguente all’aeroporto di Durban. Ad attenderci abbiamo trovato Niki, la guida simpatica e solare che ci avrebbe, di lì a poco, condotti a Port St. Johns. Quasi tutti conveniamo che ogni luogo visto di notte, specie se per la prima volta, può sembrare più inquietante di quanto non lo sia in realtà, ma la regione del Transkei forse lo è stata veramente anche se qualcuno si è lasciato andare alla stanchezza e qualcun altro ha intrattenuto la nostra guida con domande di vario tipo. Questa è una regione rurale caratterizzata da spiagge selvagge, verdi colline e piccoli villaggi. Questi ultimi, detti “townships”, sono abitati quasi esclusivamente da neri che vivono in vere e proprie baracche con tetti di lamiera, senza corrente elettrica e senza acqua potabile. Dopo due ore di viaggio e una tappa per una cena fugace in un fast food, riprendiamo il nostro tragitto lungo una strada tortuosa e molto pericolosa a causa della presenza di animali fermi sulle carreggiate e, soprattutto, di gente ubriaca che vagava nel buio incurante del pericolo. Procedendo con estrema cautela, a bassissima velocità e dopo altre tre, interminabili, ore di auto siamo arrivati, finalmente, nella cittadina di Port St. Johns. Ad attenderci nel cuore della notte c’era Keryn, la nostra guida subacquea che ci ha fissato subito l’appuntamento per il mattino seguente per il nostro primo giorno di Sardine Run. Completamente vinti dalla stanchezza del viaggio, ci siamo diretti verso le nostre camere, nell’Outspan Inn, un piccolo ma confortevole b&b. Nonostante le pochissime ore di sonno, l’entusiasmo di iniziare è stato tale che ci siamo ritrovati tutti a fare colazione e ad ascoltare con molta attenzione il briefing già alle sette del mattino.

Umkomaas

Il Sardine Run è un’attività completamente diversa dalle semplici immersioni. Implica una buona padronanza dell’assetto a pochi metri d’acqua ed una notevole forza fisica nel salire e scendere continuamente dal gommone (e senza scaletta!). Spesso ci si limita ad osservare sotto il pelo dell’acqua facendo semplicemente snorkeling ma, soprattutto, è un’attività per persone che hanno la pazienza di aspettare che la natura faccia il suo corso. Dopo tante ore di viaggio è da tenere in considerazione anche la possibilità di non vedere ciò che ci si aspetta. Nel nostro caso la pazienza ci è stata parzialmente premiata. Durante i sei giorni di Sardine Run sembravamo dei bambini nell’“età dei perché”: ogni novità era motivo di conversazione con le nostre guide che, con molta disponibilità, stavano ad ascoltare il nostro inglese strampalato e si rincuoravano guardando i nostri occhi se una giornata non andava come previsto. Come possiamo considerarci poco fortunati se il primo giorno, facendo snorkeling, abbiamo visto “solo” balene in superficie fare “breaching”  slanciandosi fuori dall’acqua per far vedere tutta la loro possente grandezza, volteggiando su se stesse come se volessero attirare la nostra attenzione? Già questa è un’esperienza indimenticabile che ci ha fatto vivere questi giorni con il costante sorriso sulla bocca e la brama di voler vedere e vivere sempre di più.

Il nostro primo giorno a Port St. Johns è terminato con la visita del paesino. Tanta è la povertà ma anche tanti i volti sorridenti che ci osservavano incuriositi e allo stesso tempo con molto distacco. Scimmiette indisponenti che saltavano sui tetti delle abitazioni, mucche che pascolavano davanti ai market, mercatini all’aperto che vendevano pecore e galline vicino a bancarelle di frutta e verdura, il tutto su strade poco curate e in mezzo alla polvere. Niente da meravigliarsi, in fondo ci troviamo nella “wild coast”!

 Incontro con Big Potato

I giorni successivi sono stati scanditi dalla ricerca e avvistamento di cormorani e delfini che comunicavano tra loro la posizione delle sardine. Frequenti sono stati i bagni fatti con i delfini (stenelle e tursiopi) che, incuriositi dalla nostra presenza, ci circondavano e ci nuotavano vicino per nulla impauriti. La scarsissima visibilità del mare, ricco di plancton e sospensione dovuta ai fiumi limitrofi, non ha reso facile riprendere e fotografare la danza che le sardine facevano per depistare ogni possibile predatore, ma di certo il ricordo che portiamo dentro resterà per sempre lucido e vivo. Tanti sono stati i tempi morti che mettevano a dura prova la pazienza delle guide, ma proprio durante questi momenti di silenzio, in cui solo il dolce suono del mare la faceva da padrone, ecco all’improvviso uno spruzzo di balena o il tuffo di un cormorano a riaccendere la nostra attenzione. Via di nuovo a “vele spiegate” in rotta verso quella che poteva essere la realizzazione del nostro sogno. Abbiamo ribattezzato il Sardine Run con il nome di “Human Run”: una vera e propria corsa dell’uomo per avvistare un qualsiasi movimento sotto la superficie del mare ovvero un estenuante via vai di gommoni da un lato all’altro della costa, dall’interno verso il largo, seguendo il vorticoso volare dei cormorani e le scie di centinaia di delfini che affiancavano la lenta corsa delle balene, verso un succulento ma improbabile pasto. Un imperterrito sali e scendi dalle imbarcazioni, con fotocamere e videocamere sempre pronte a immortalare l’istante magico. Dopo tanta attesa anche noi, finalmente, abbiamo vissuto il nostro brevissimo istante in cui una nuvola di sardine accerchiata e spinta dal basso dai delfini e dagli squali veniva attaccata dall’alto dai cormorani che, in picchiata, si lanciavano per rimediare il pasto del giorno. Abbiamo assistito a tutto ciò con il cuore in fibrillazione, come spettatori davanti ad uno dei più unici e indescrivibili eventi che la natura possa offrire all’uomo: la gara per la sopravvivenza! Uno spettacolo in cui la fine sancisce un nuovo inizio e il ciclo della vita si mostra in tutta la sua energia e magnificenza.

L’ospitalità e la disponibilità delle nostre guide ci hanno permesso di visitare anche i dintorni del paesino. Dopo la nostra giornata dedicata al mare, si partiva a bordo del pick-up del diving e via verso nuovi posti da vedere. Per i locali, viaggiare nel cassone dietro i pick-up è una consuetudine. Frequenti sono gli incontri con intere famiglie e carichi di bambini sorridenti che ci hanno riempito di sorrisi e saluti. Non poteva mancare la visita al “lighthouse” Cape Hermes di Port St. Johns, che si affaccia sull’oceano, silente testimone di disastrosi affondamenti di relitti nelle acque burrascose di quella parte di mare. Il tramonto dal monte Ethesinger, che con il monte Sullivan crea una gola dentro cui si può vedere il fiume Umzimvubu che sfocia nel mare, lo stesso fiume da cui ogni giorno uscivamo con la nostra imbarcazione, cavalcando le grandi onde oceaniche come dei veri surfisti.

Eccoci in rotta verso la seconda tappa della nostra spedizione: Umkomaas. Durante il viaggio di ben cinque ore, il nostro autista Tik, un ex insegnante di storia, ci ha dilettato con racconti sulla popolazione sudafricana e sull’attuale situazione in cui versa il Paese. Undici sono le lingue ufficiali e questa varietà d’idiomi si riflette anche sulle differenze che tutt’oggi si riscontrano tra la popolazione. Nonostante all’inizio degli anni ’90, con la scarcerazione di Nelson Mandela dopo 27 anni di prigionia, venne abolito ufficialmente l’apartheid, la comunità nera ha continuato ad affrontare la dura realtà dell’AIDS e della xenofobia, lottando per mantenere la propria indipendenza dalla comunità bianca e da tutti gli immigrati provenienti dagli altri paesi africani. La nuova legislazione ha promosso la crescita sociale ed economica della comunità nera, cercando di attenuare le disuguaglianze sociali, portando però molti bianchi a lasciare il paese per cercare altrove un lavoro che ormai era destinato in primis ai neri. Ciò però non ha portato ai risultati sperati, perché tanti neri oggi non vogliono abbandonare le proprie terre e neppure intendono farsi istruire da persone bianche, rimanendo cosi potenzialmente una nazione in crescita ma realmente ferma, anzi in rotta verso il declino.

 L'immancabile Safari

Eccoci sulla “eastern coast”, a sud di Durban, nella provincia del KwaZulu-Natal, in quello che ci è parso come un ritorno a casa, come tornare in un posto già vissuto in cui ci siamo subito sentiti a nostro agio. Il b&b Agulhas House si distingue per l’ottima accoglienza, il servizio impeccabile e l’eccellente organizzazione delle immersioni. La sveglia all’alba, il raduno nel salottino e la tazza di thè caldo hanno scandito, puntualmente, l’inizio delle nostre mattinate d’immersioni. Durante le uscite in gommone per raggiungere i siti d’immersione, si scorgevano nuovamente le balene all’orizzonte, ma per i locali esse passavano quasi inosservate, in silenzio, perché altri erano gli obiettivi che si volevano raggiungere. Per noi, invece, restava sempre una grande emozione poter rivedere quei tuffi e quegli sbuffi di questi enormi mammiferi in viaggio. Partendo da Umkomaas i punti principali d’immersione raggiungibili sono l’Aliwal Shoal, una duna di sabbia lunga 1,5 km, larga 1 km e profonda trentasette metri e i due relitti del piroscafo britannico Nebo e della petroliera norvegese Produce, che giacciono a 30 metri sul fondo dell’oceano, dando ospitalità ad una grande varietà di pesci di barriera. La caratteristica di questo fondale è la poca, ma concentrata, presenza di spugne, coralli morbidi e duri, alghe, anemoni, nudibranchi coloratissimi e stelle di mare. Non manca il pesce di barriera, tra cui facile è l’incontro con pesci foglia, trombetta, ananas, tartarughe, cernie gigantesche, delfini, aquile di mare e razze e, per i più fortunati, pesci vela e marlin. Sicuramente i protagonisti indiscussi di Aliwal Shoal e i visitatori più ricercati dai fotografi e dagli amanti delle forti emozioni sono però gli squali. Dai toro ai tigre, dagli squali balena ai martello che migrano da sud verso nord tra luglio e novembre, dagli squali oceanici “pinna nera” agli squali “raggies” conosciuti in inglese come spotted ragged-tooth sharks. Sono proprio questi ultimi i più curiosi tanto da farsi avvicinare dai subacquei quasi fino a sfiorarli. In ogni immersione, l’una sempre diversa dall’altra, i richiami di balene e delfini ci hanno accompagnato come un dolce canto di sottofondo, arricchendo ulteriormente lo spettacolo della natura.

Il rientro in gommone sul fiume Mkomazi, in tempo per il quotidiano brunch ricco di prelibatezze, ci lasciava molto tempo libero per organizzarci i pomeriggi all’insegna del rilassamento a bordo piscina e delle escursioni con la nostra auto a noleggio. Tra le nostre mete la città di Durban: una giovane città portuale che cresce ogni giorno di più, dove si mescolano diverse etnie, dove centri commerciali in vetro convivono accanto a periferie trasandate. Tanti sono stati i lavori in occasione dei mondiali di calcio del 2010. Il suo nuovo stadio insieme alla fascia di sabbia color beige chiaro che si affaccia sull’Oceano Indiano hanno reso Durban un posto ideale per chi vuole assistere a importanti eventi sportivi e per chi vuole fare sport all’aria aperta. L’ultimo giorno, in obbligatoria astinenza da immersioni per poter smaltire il doveroso “no-fly”, lo abbiamo dedicato ad un safari. Il Tala Game Reserve, un piccolo parco che si estende su 3000 ettari di terreno e che dista soli 80 km da Umkomaas.  Dei Big Five (ghepardo, elefante, rinoceronte, leone e bufalo) si può vedere solo il rinoceronte ma è una riserva molto piacevole da girare con la guida del luogo perché si possono avvistare anche ippopotami, zebre, gnu, giraffe, antilopi, struzzi e tantissime specie di uccelli.

Le montagne verdeggianti e l’arida savana, i mercatini, il chiasso della gente, le tradizioni rurali, l’indifferenza e la diffidenza, le stradine sterrate brulicanti di vita, i tranquilli insediamenti delle zone rurali, gli animali selvatici, i Big Five e le rare specie marine, le spiagge, il mare ed i fari: questo è il Sudafrica, una straordinaria bellezza, aspra e selvaggia, elegante e semplice, che si tatua nel cuore di ogni viaggiatore e che bisogna ritornare a vivere almeno una seconda volta nella vita.

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